Art & Design
La campagna propone un cambio di prospettiva. Anziché rappresentare l’Africa attraverso un unico punto di vista, spesso di matrice occidentale, il film invita a scoprire un dialogo tra prospettive diverse, in cui culture, storie e pratiche artistiche si intrecciano tra continenti.
Il mondo visto dall’Africa. L’Africa vista dal mondo.
Mansour Ciss è un artista contemporaneo senegalese le cui opere esplorano l’identità, i confini e la circolazione di idee tra l’Africa e il mondo. Nato in Senegal e attivo a Berlino, è noto per una pratica artistica multidisciplinare che include pittura, installazioni e progetti concettuali, attraverso cui indaga come le culture si incontrano, si influenzano reciprocamente e si diffondono attraverso i continenti.
Il film segue Mansour Ciss in un viaggio tra continenti.
Un aeromobile Brussels Airlines vola sopra le nuvole all’alba. Seduto accanto al finestrino, l’artista osserva i paesaggi che scorrono sotto di lui. Deserti, coste, foreste e città appaiono e si dissolvono con il mutare della luce.
Dall’alto, il mondo rivela le proprie trame: linee tracciate nella sabbia, fiumi che solcano la terra, frammenti di colore che attraversano vasti territori. Per Mansour, non si tratta semplicemente di paesaggi, ma di composizioni in movimento, come tele che aspettano di essere interpretate.
Mentre l’aeromobile viaggia tra l’Africa e l’Europa, le immagini si trasformano. Le crepe del sale nei deserti richiamano la superficie di una scultura. Le radici delle mangrovie rispecchiano i gesti del pennello sulla tela. Le ombre della foresta ricordano i tratti di carboncino sulla carta.
A queste vedute aeree si intrecciano immagini intime dell’artista al lavoro: mani che modellano l’argilla, pigmenti che si distendono sulla tela, metallo che si piega sotto gli strumenti dello scultore. Questi gesti rispondono alle stesse consistenze e ai ritmi visibili dal cielo.
Mansour disegna sul proprio taccuino, catturando le impressioni non appena si presentano. Ogni volo diventa un momento di ispirazione; ogni paesaggio, un ulteriore strato in un dialogo artistico condiviso.
La sua voce accompagna il viaggio, calma e riflessiva, per ricordare che l’Africa non è una realtà da spiegare da lontano, ma qualcosa da vedere, sentire e vivere attraverso molteplici prospettive.
Ci ricorda che Brussels Airlines è molto più di un mezzo di trasporto: è un ponte che collega persone, idee e culture.
Perché collegare i continenti significa anche collegare storie.
You’re in good company.
AfriConnections
AfriConnections non è una semplice panoramica sull’“Africa”, ma una cartografia di relazioni. Ogni opera d’arte segna un incrocio, ogni prospettiva un punto di passaggio. Concepita come uno scalo itinerante, la mostra mette in evidenza la circolazione di idee, forme e talenti attraverso i continenti. Artisti provenienti da aree geografiche e percorsi differenti, con radici ben salde o esperienze nomadi, intrecciano legami tra il patrimonio storico e le realtà contemporanee. In questo contesto, la mobilità non è un semplice tema, bensì il principio stesso della mostra.
Informazioni sugli artisti
Nato nel 1968 a Bignona, in Senegal
Vive e lavora a Dakar, in Senegal
Interprete della vibrazione urbana attraverso la pittura, Amadou Camara Gueye si attesta oggi tra le figure di spicco dell’arte contemporanea senegalese. Dopo il diploma come miglior allievo della classe presso l’École des Beaux-Arts di Dakar nel 1997 e la consacrazione alla Biennale di Dakar nel 2000, ha progressivamente esteso la propria attività ben oltre i confini nazionali, esponendo in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Cina, in particolare con la Fondation Blachère e l’Istituto d’Arte di Shenzhen.
Profondamente legato a Pikine, quartiere popolare di Dakar, ne restituisce l’intensità con straordinaria lucidità. Camara si accosta alla città come a un organismo sottoposto a continue pressioni. Le sue tele, costruite attraverso piani sovrapposti, si dispiegano come caleidoscopi sociali: architetture frammentate, folle compresse e prospettive lineari nette evocano la rapida espansione urbana, l’esodo rurale e i mutamenti tettonici di un territorio in perenne divenire.
Eppure, all’interno di questa densità carica di tensione, emergono colori incandescenti, portatori di speranza, sensibilità e della forza duratura dei legami umani, evocati come principio e promessa. L’artista parla spesso del desiderio di “illuminare tutto ciò che è oscuro”. Narratore delle strade e poeta del reale, Amadou Camara trasforma la memoria collettiva in un linguaggio pittorico vibrante, al tempo stesso lucido e profondamente umano.
Nata nel 1974 ad Abidjan, in Costa d’Avorio
Vive e lavora ad Abidjan, in Costa d’Avorio
Nata nel 1974 e attiva ad Abidjan, Joana Choumali porta avanti una pratica artistica che coniuga indagine documentaria e sperimentazione materica. Dopo una formazione in arti grafiche a Casablanca e un’iniziale attività come direttrice artistica, ha trasformato la fotografia in un luogo di ibridazione, dove l’immagine diventa una superficie da abitare, alterare e reimmaginare.
La sua ricerca esplora le culture africane attraverso volti, ornamenti, gesti e paesaggi urbani. Dalle serie dedicate alla scarificazione e alle acconciature fino alle immagini intense realizzate dopo l’attentato di Grand-Bassam del 2016, passando per le fotografie contemplative scattate all’alba, Choumali riesce a cogliere tanto la dimensione intima quanto quella collettiva. Interviene spesso direttamente sulle proprie stampe con ricami, cuciture e assemblaggi: gesti lenti e meditativi che trasportano il reportage in una dimensione onirica. Le sue opere fluttuano tra veglia e sonno, intrecciando realtà e immaginazione.
Nel 2019 è stata la prima figura artistica africana a ricevere il Prix Pictet per l’opera Ça va aller. Le sue creazioni sono state esposte in tutto il mondo, inclusa la Biennale di Venezia (Padiglione della Costa d’Avorio, 2017) e lo Zeitz MOCAA di Città del Capo; le sue opere fanno parte di importanti collezioni internazionali, tra cui quelle del V&A, il MET, l’High Museum of Art e il MACAAL. Una voce imprescindibile nel panorama dell’arte contemporanea internazionale.
Nato nel 1957 a Dakar, in Senegal
Vive e lavora tra Berlino, Germania e Dakar, in Senegal
Mansour Ciss Kanakassy ha studiato presso l’Institut National des Arts del Senegal dal 1973 al 1977. All’inizio della sua carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti per le sue sculture monumentali in legno di ispirazione cubista, alcune delle quali sono entrate a far parte della collezione del presidente Léopold Sédar Senghor.
Dopo il trasferimento a Berlino nel 1993, la sua ricerca artistica ha assunto una dimensione più apertamente politica, affrontando in modo critico l’eredità della Conferenza di Berlino (1884-1885) e la spartizione coloniale dell’Africa. Nel 2000 ha cofondato insieme a Baruch Gottlieb il Laboratoire de Déberlinisation, a cui si è successivamente unito Christian Hanussek. Questa piattaforma concettuale è dedicata alla rilettura della storia coloniale e alla ridefinizione delle relative narrazioni. Nel 2019 il laboratorio si è trasferito presso la residenza Ifitry in Marocco, dove la ricerca e il dialogo artistico proseguono in collaborazione con l’artista Mostapha Romli.
Ciss è inoltre ideatore dell’Afro, una valuta simbolica concepita come gesto artistico per mettere in discussione la sovranità, la dipendenza economica e le dinamiche di potere globali, sviluppando ulteriormente il visionario progetto United States of Africa.
Vincitore del Grand Prix Léopold Sédar Senghor a Dak’Art nel 2008, Ciss ha esposto ampiamente in Africa, Asia, Stati Uniti ed Europa. Le sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche, tra cui il Weltkulturen Museum (Francoforte), la collezione del patrimonio nazionale del Senegal, la BCEAO e il Musée des Civilisations Noires di Dakar.
Nato nel 1979 a Déou, in Burkina Faso
Vive e lavora a Parigi, in Francia
Artista di etnia peul che spazia tra pittura, fotografia, video e installazione, Saïdou Dicko fonda la propria ricerca su un ricordo d’infanzia: quello di un giovane pastore che, all’età di cinque anni, tracciava sul terreno del Sahel le ombre del proprio gregge. Da questo gesto formativo nasce un’estetica dell’impronta e della luce. Dedicatosi alla fotografia a partire dal 2005, Dicko ha fatto di questo mezzo uno spazio di rivelazione, in cui l’ombra, lungi dall’essere un segno di assenza, assume una forte presenza simbolica.
Tra Dakar, Ouagadougou e Déou, il suo obiettivo cattura sagome in movimento sospese tra realismo e sogno. Attraverso fotografie, dipinti, opere tessili e installazioni immersive, esplora contrasti, gesti e forme per evocare l’amore, l’uguaglianza e il rispetto per il mondo vivente. Una luminosa dimensione lirica attraversa l’intera produzione, dando vita a paesaggi interiori plasmati dalla speranza. Quando però la ricerca si confronta con le ingiustizie sociali, come la condizione dei bambini costretti all’accattonaggio, il linguaggio visivo si fa più incisivo e assume una chiara dimensione politica.
Vincitore del Prix Blachère (2006), del Prix de la Francophonie (2007) e dell’European Union Off Prize, ed esposto a livello internazionale presso gallerie quali AFIKARIS, ARTCO e Jackson Fine Art, Saïdou Dicko si è affermato come una voce originale e imprescindibile della scena artistica contemporanea internazionale.
Nata nel 1977 a East Orange, New Jersey, negli Stati Uniti
Vive e lavora tra Brooklyn, Stati Uniti e Johannesburg, in Sudafrica
Formatasi in sociologia, Ayana V. Jackson porta avanti una pratica artistica rigorosa che intreccia fotografia, performance e ricerca visiva. La sua ricerca indaga la costruzione storica dell’identità nera, con particolare attenzione alla rappresentazione del corpo femminile nero, attraverso la lente dei dispositivi visivi coloniali ed etnografici. Muovendosi tra le Americhe, il Ghana e il Sudafrica, l’artista esamina le molteplici stratificazioni storiche della diaspora africana, mettendo in luce le forme di violenza insite nelle rappresentazioni del passato.
Nei suoi scenari fotografici meticolosamente allestiti, Jackson inserisce sé stessa all’interno dell’inquadratura per riappropriarsi dei codici visivi ereditati e sovvertirli. In questo modo evoca figure oscurate o mitizzate, smantella stereotipi consolidati e mette a nudo i meccanismi di dominazione razziale e di genere con uno straordinario rigore visivo e concettuale.
Le sue opere fanno parte di importanti collezioni internazionali, tra cui quelle dello Studio Museum di Harlem, del Princeton University Art Museum (Stati Uniti) e della National Gallery of Victoria di Southbank (Australia). La mostra “From the Deep”, presentata nel 2019 allo Smithsonian National Museum of African Art di Washington D.C. (Stati Uniti), ha rappresentato un momento decisivo per il riconoscimento internazionale della sua pratica artistica. Nel 2022 ha fondato Still Art, una residenza dedicata al sostegno delle promesse dell’arte dell’Africa meridionale.
Nata nel 1977 a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo
Vive e lavora a Courcouronnes, in Francia
Artista franco-congolese con una formazione presso l’École Nationale Supérieure d’Arts de Cergy, Michèle Magema esplora le tensioni tra Nord e Sud, tra sfera intima e dimensione politica, tra memoria e storia. Attraverso video, fotografia, disegno e installazione, indaga la costruzione delle identità femminili e delle narrazioni ereditate, portando in scena il proprio corpo come luogo di metamorfosi e riflessione critica.
Dopo il successo internazionale alla Biennale di Dakar nel 2004, con il conferimento del Prix du Président, Magema ha rapidamente costruito un percorso artistico di respiro globale. Da Africa Remix al Centre Pompidou di Parigi fino alle mostre alla National Art Gallery di Johannesburg e al Brooklyn Museum di New York, la sua produzione è stata presentata in Europa, Africa e Stati Uniti.
La sua ricerca si colloca in uno spazio critico tra mondi diversi, interrogando sistemi di dominio, fenomeni migratori e forme di violenza legate allo sfruttamento delle risorse. I progetti più recenti affrontano gli archivi coloniali attraverso una prospettiva decoloniale, liberando le “immagini prigioniere” mediante il disegno e la performance. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni internazionali, tra cui quelle dell’AfricaMuseum di Bruxelles e del Museum Rietberg di Zurigo. Oggi Michèle Magema è considerata una delle esponenti più significative del pensiero visivo contemporaneo.
Nata nel 1964 a Libreville, in Gabon
Vive e lavora a Parigi, in Francia
Artista franco-gabonese, Myriam Mihindou ha sviluppato una pratica in cui l’arte diventa un atto di cura e un rituale di riparazione, frutto di una vita contrassegnata dal movimento. Nata a Libreville, ha vissuto in Egitto, Marocco, Réunion e Haiti prima di stabilirsi a Parigi. Attraverso scultura, installazione, disegno, scrittura, fotografia, ceramica, video e performance, utilizza ogni mezzo espressivo come uno strumento sensibile per esplorare il corpo, il linguaggio e la memoria.
Il suo lavoro naviga tra questioni di identità, spiritualità, femminilità ed ecologia attraverso un approccio al contempo intimo e politico. Profondamente attenta ai luoghi e alle persone con cui entra in contatto, Mihindou sviluppa il proprio lavoro in una relazione di empatia fisica ed emotiva con i contesti che attraversa, nel tentativo di ricomporre ferite individuali e collettive ereditate da storie di dominazione. La sua riflessione si concentra sui temi dello sradicamento e dell’esilio, valorizzando al contempo memorie ancestrali e pratiche di guarigione raccolte nel corso dei suoi viaggi.
Riconosciuta a livello internazionale, ha esposto al Palais de Tokyo e al Musée du Quai Branly di Parigi, a La Verrière di Bruxelles e al CAAM di Las Palmas. Il suo lavoro è stato inoltre presentato nelle edizioni 2024 della Biennale di Lione e della Biennale di Gwangju. La sua pratica artistica, profondamente umanista, dà forma a una poetica della cura di rara intensità.
Nata nel 1975 a Bulawayo, in Zimbabwe
Vive e lavora tra i Paesi Bassi e l’Africa
Provenendo da una nazione profondamente segnata dalla cancellazione coloniale, Sithabile Mlotshwa colloca la propria pratica artistica all’interno di una costante resistenza alla riscrittura della storia e al predominio delle narrazioni egemoniche. La sua ricerca transdisciplinare, che spazia tra installazione, disegno, collage, suono, scrittura e interventi site-specific, analizza i sistemi normalizzati di oppressione e i meccanismi del potere che persistono e si riproducono nel tempo.
Attingendo a documenti d’archivio, fotografie e storie orali, costruisce ambienti immersivi in cui passato e presente entrano in confronto. In Castle Zypendaal #2, un lavoro dedicato alle tracce rimosse della schiavitù nei Paesi Bassi, mette in dialogo documenti storici e immagini contemporanee, evidenziando la continuità tra ingiustizie del passato e realtà presenti. La sua produzione restituisce voce alle storie marginalizzate, invitando a una responsabilità collettiva rispetto all’eredità coloniale.
Curatrice di diverse biennali, fondatrice della Thamgidi Foundation e direttrice artistica dell’IFAA Art Platform, Mlotshwa unisce in modo organico pratica artistica e attivismo. Con un percorso espositivo internazionale e opere incluse in importanti collezioni, tra cui il Kelvingrove Museum di Glasgow, si afferma come figura di riferimento di un’estetica riparativa al crocevia tra memoria, giustizia e futuri speculativi.
Nato nel 1968 a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo
Vive e lavora a Kinshasa, in Repubblica Democratica del Congo e a Bruxelles, in Belgio
Figura di spicco nell’arte africana contemporanea, Aimé Mpane Enkobo ha sviluppato un corpus di opere di grande impatto al crocevia tra Kinshasa e Bruxelles. Erede di un savoir-faire ancestrale, che prevede l’uso di un’ascia tradizionale per realizzare sculture in legno, Mpane fonde la forza originaria delle cosiddette forme “primitive” con una visione concettuale orientata al futuro. La sua pratica decostruisce la memoria coloniale per ricostruirla in modo critico e in dialogo costante con l’attualità.
Primo artista congolese a esporre ai Musei Reali di Belle Arti del Belgio, colloca il proprio lavoro in una tensione produttiva tra Africa ed Europa. Immagini sovrapposte, dispositivi ibridi e passaggi “attraverso lo specchio” caratterizzano una ricerca che interroga rappresentazione, stereotipi e narrazioni storiche dominanti.
Muovendosi tra il Congo e il Belgio, l’artista auspica, per entrambe le nazioni e per il mondo intero, un’autentica fraternità. Con un approccio impegnato, poetico e profondamente umanista, Mpane concepisce l’arte come spazio di possibile riconciliazione. Le sue opere, esposte a livello internazionale, rappresentano un contributo fondamentale al dialogo tra culture e alla rilettura delle storie condivise.
Nati rispettivamente nel 1975 a Nairobi, in Kenya, e nel 1964 a Ludwigshafen, in Germania
Vivono e lavorano in Germania
Nata a Nairobi nel 1975, Ingrid Mwangi ha sviluppato una pratica artistica che attraversa fotografia, video, scultura e performance. Trasferitasi in Germania durante l’adolescenza e formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Saarbrücken, indaga le tensioni tra eredità africane ed europee, interrogando le costruzioni sociali di razza, genere e identità.
Fin dalla serie Neger Don’t Call Me (2000), in cui trasforma il proprio volto in una maschera di capelli e dreadlock, Mwangi fa del proprio corpo uno spazio politico. Nel 2005 intreccia il proprio nome e la propria biografia con quelli di Robert Hutter, dando vita all’entità artistica unica IngridMwangiRobertHutter: un gesto radicale che mette in discussione le categorie identitarie fisse e afferma l’interdipendenza delle narrazioni.
Esposti a livello internazionale presso istituzioni quali il Centre Pompidou di Parigi, il Brooklyn Museum di New York, lo Smithsonian di Washington D.C. e il Mori Art Museum di Tokyo, i loro lavori si confrontano con confini visibili e invisibili, violenza sistemica e complicità collettiva. Attraverso un potente linguaggio visivo, IngridMwangiRobertHutter si distingue come voce di rilievo sulla scena contemporanea globale, articolando una pratica al contempo criticamente incisiva e profondamente umanista.
Nato nel 1992 a Bujumbura, in Burundi
Vive e lavora a Kigali, in Ruanda
Bruce Niyonkuru, noto come “Canda”, si è affermato come una delle figure più promettenti della sua generazione. Dopo il trasferimento della sua famiglia a Kigali in seguito al genocidio del 1994, inizia il suo percorso artistico presso l’Ivuka Arts Studio nel 2011 e si dedica pienamente alla pratica artistica dal 2013, sviluppando un approccio interdisciplinare che unisce pittura, scultura e direzione creativa.
Popolato da figure umanoidi, il suo lavoro esplora la duplice natura dell’essere umano, al tempo stesso creatore e distruttore, archivio vivente e agente della storia. Muovendosi tra utopia e distopia, immaginazione e realtà sociale, Canda concepisce l’arte come forza trasformativa e spazio di libertà. Il suo linguaggio visivo, intensamente espressivo, restituisce una riflessione lucida sulle fratture contemporanee.
In prima linea per la decolonizzazione delle istituzioni culturali, ha cofondato Kuuru Art Space e il Milele Museum a Kigali, nati dal confronto con la presenza di manufatti africani trafugati nei musei europei. Con mostre sia in Ruanda sia a livello internazionale, in particolare in Germania, Bruce Niyonkuru incarna il dinamico rinnovamento di una scena artistica ruandese audace e orientata al futuro.
Nato nel 1967 a Mbalmayo, in Camerun
Vive e lavora tra Parigi, Francia, e Bandjoun Station, in Camerun
Figura di primo piano della scena artistica contemporanea internazionale, Barthélémy Toguo sviluppa da oltre trent’anni una pratica multidisciplinare che attraversa acquerello, scultura, installazione, performance e ceramica. Il suo lavoro affronta le questioni urgenti del nostro tempo come migrazione, giustizia sociale, ecologia e circolazione di corpi e saperi attraverso un linguaggio al tempo stesso formalmente potente e politicamente risonante.
Toguo unisce intensità poetica e sguardo critico, spesso attraversato da una sottile componente ironica. Nel 2022, la monumentale installazione Le pilier des migrants, collocata sotto la piramide del Musée du Louvre a Parigi, ha segnato un momento decisivo del suo riconoscimento internazionale.
Presente alla Biennale di Venezia e alla Biennale di Sydney, ed esposto al Centre Pompidou di Parigi, al Parrish Art Museum di New York e al Musée du quai Branly, il suo lavoro fa parte di importanti collezioni pubbliche, tra cui il Musée National d’Art Moderne di Parigi, la Tate Modern di Londra, il Museum of Modern Art di New York e il Pérez Art Museum di Miami.
Con la fondazione di Bandjoun Station in Camerun, Toguo ha creato un importante crocevia tra arte africana e scena globale. La sua pratica profondamente umanista concepisce l’arte come spazio di consapevolezza, dialogo e riparazione.
Nato nel 1952 a Tours, in Francia
Vive e lavora tra Parigi, Benin, Togo e Haiti
Artista-viaggiatore, William Adjété Wilson sviluppa fin dagli anni Settanta un corpus di opere che si colloca all’incrocio tra continenti, culture e temporalità. Muovendosi tra Africa e Occidente, tradizione e modernità, indaga le narrazioni dominanti, gli stereotipi e le identità ibride, definendosi prima di tutto come cittadino del mondo.
Lavora principalmente con il pastello su carta, affiancato da tecniche come stampa, collage, scultura assemblata e ceramica. Il suo linguaggio visivo si distingue per una notevole libertà formale, che intreccia memoria intima e storia collettiva. Plasmato da lunghi soggiorni in Europa, Africa occidentale e Stati Uniti, l’artista ha intessuto collaborazioni di lunga data con artisti e artigiani, in particolare in Benin e Haiti, inserendo la propria pratica in una dinamica di scambio e conoscenza condivisa.
Premiato con il Prix Médicis Villa Hors les Murs nel 1986 e con un’ampia attività espositiva in Europa, Africa e Stati Uniti, ha realizzato anche importanti progetti internazionali, tra cui L’Océan noir (L’Oceano Nero), una monumentale serie di opere tessili applicate prodotte ad Abomey. Figura singolare e ampiamente stimata, William Adjété Wilson incarna una visione profondamente umanista e aperta del métissage nell’arte contemporanea.
Nato nel 1969 a Cotonou, in Benin
Vive e lavora a Cotonou, in Benin
Segnata da una rara libertà espressiva e da una costante inventiva, la ricerca di Dominique Zinkpé si è affermata nel tempo come una delle espressioni più riconoscibili dell’arte contemporanea africana. Autodidatta e volutamente non classificabile, costruisce un universo prolifico che attraversa disegno, pittura, scultura, installazione e video, profondamente radicato nelle tradizioni Vodun del sud del Benin e al tempo stesso attento alle urgenze del presente.
Il suo linguaggio visivo fonde satira, spiritualità e critica sociale. Figure ibride, materiali grezzi e riferimenti rituali si combinano in opere che esplorano identità, potere, dimensione del sacro e contraddizioni delle società africane contemporanee con una forte immediatezza espressiva. Il suo percorso è stato caratterizzato da importanti riconoscimenti, dal Prix Jeune Talent Africain ai Grapholies di Abidjan nel 1993 al Premio UEMOA alla Biennale di Dakar nel 2002 per Malgré tout!.
Con mostre in importanti istituzioni, dallo Zeitz MOCAA di Città del Capo al Museu Afro Brasil di São Paulo fino al MMK Museum für Moderne Kunst di Francoforte, Zinkpé sviluppa una pratica artistica che attraversa i continenti pur restando saldamente ancorata a Cotonou. Fondatore di residenze artistiche e spazi creativi, unisce riconoscimento internazionale e impegno locale, contribuendo a delineare nuove prospettive per le generazioni emergenti.